Il valore della tradizione: una domanda a Maurizio Ponticello

La tradizione non è solo oleografia ma materia letterariamente vivente, come dimostrano i tuoi libri. Come trattare un patrimonio culturale ed avvolgente come quello della cultura napoletana secondo modalità innovative in senso letterario (e non solo)?

L’immagine oleografica di Napoli è paralizzata da stereotipi inaccettabili. Alcuni provengono da imprimatur ottocenteschi, altri sono stati aggiunti nel corso dell’ultimo secolo e nessuno di questi è più – semmai lo siano stati per davvero in passato – corrispondente alla realtà della nostra città in movimento perpetuo.
Pizza, mandolino, tarantella, Pulcinella… A questi e ad altri cliché, oggi, potremmo aggiungere quello di ‘Gomorra’, in sostituzione di camorra. Questa è solo l’ultima delle condanne del nostro purgatorio, a causa della quale molti talenti narrativi stanno lottando per scrollarsi di dosso un’etichetta che non è soltanto stretta e scomoda ma, innanzitutto, non è veritiera. Il fatto, per esempio, che alcuni grandi editori abbiano cercato di cavalcare l’onda del successo di Roberto Saviano, proponendo (addirittura) ad autori partenopei di comporre testi prepagati in odor di camorra (per l’infanzia quanto per adulti), la dice lunga su quanto è avvenuto e, probabilmente, anche sui danni che – non volendo – il boom di Saviano ha inflitto all’immagine già di per sé critica del capoluogo campano. È stato – ed è – fin troppo facile confondere la spietata guerra tra bande dell’organizzazione criminale dalla faccia ripulita e non, con la vita quotidiana di Napoli: sebbene sia penultima in classifica tra i comuni del Bel Paese in questioni di ‘vivibilità’, ciò non vuol dire che a ogni angolo di strada ci sia un mammasantissima con la pistola o il ghigno spianato come, invece, qualcuno ha voluto capire e far intendere.
Sgombrare il campo dagli stereotipi non significa soltanto riequilibrare la verità: riformulare una lettura scevra di condizionamenti preconcetti, infatti, penso possa restituire il senso corretto e originario di alcuni modelli e spingere a recuperare l’autentica tradizione perduta, linfa letteraria per eccellenza. Per fare un esempio, Pulcinella – agli occhi del mondo, il tipus napoletano – incarna il mangiamaccheroni sfaccendato, il villico in città perennemente affamato, il rozzo ma scaltro, il semplicione maleducato e ogni altra allegoria collegata alla pigrizia e alla strafottenza. Il Pulcinella originale, piuttosto, ha natura mitica (Hermes, Phersu, Dioniso, Priapo per dirne alcuni) e iniziatica: qualsiasi suo gesto e parola, prima che la maschera fosse svilita in un personaggio da baraccone, hanno avuto un significato misterico e qualcosa da rappresentare. Così è anche per la tarantella, divenuta pittoresca e falsa icona di Napoli nel mondo insieme alla canzone: un tempo era una danza sacra (non a caso condannata dalla Chiesa), proveniente direttamente dalle scinnidi dionisiache. Potrei continuare, ma non intendo stilare uno sterile elenco. Voglio dire, tuttavia, che l’oleografia ha mummificato e snaturato l’identità della nostra città, l’ha svuotata dei contenuti più alti fossilizzandola in un canovaccio che non appartiene più a nessuno.
Il recupero delle radici vive e più profonde può fornire non soltanto nuovi spunti letterari, ma un impulso alla cultura cittadina. Oltre al lavoro di destrutturazione culturale (ovvero lo smantellamento delle sovrastrutture condizionanti), la rottura degli schemi (imposti e autoinflitti) avvicina ancor di più al Kàos (come se non bastasse, sosterrà sicuramente qualcuno), stato di ‘grazia’ prima dell’ordinamento del cosmo. È il Kàos, infatti, che partorisce l’Ordine, ossia il Kòsmos: è il ritorno al mondo informe che rifonda l’universo. È così in ogni celebrazione festiva che proviene dall’antichità, e potrebbe ancora esserlo se si riuscisse a sfrondare proprio quelle tradizioni menzognere che hanno impantanato la nostra storia e la nostra cultura.
Per intenderci, un’interpretazione deviata può portare a elaborare fenomeni decontestualizzati, parassitari e fuorvianti come la nuova festa di Piedigrotta che nulla – davvero nulla – ha a che vedere né con quella storica né con quella originaria, che affonda le sue radici nell’oscurità di una grotta, la Crypta Neapolitana di Virgilio. La festa è stata strappata alla terra e non rappresenta più Napoli, in quanto non ha più la sua identità. Se ascoltiamo del Palio di Siena, dell’Oktoberfest o dei carnevali di Rio e Venezia, riconosciamo immediatamente l’argomento di cui si sta parlando in quanto ci ricollega a una tipologia, a delle caratteristiche chiaramente identificabili. Quando, invece, sentiamo della Piedigrotta, non andiamo più con la mente alla tradizione, bensì al baronetto Elton John e a un evento progettato a tavolino sotto l’egida glaciale del marketing. Come dire: il sonno della tradizione, o il suo oscuramento, genera mostri. La tradizione è l’anima profonda di un popolo e, senza di essa, un popolo avvizzisce.
Non dobbiamo dimenticare che, al di là dell’oleografia e delle guaches, oltre la romanzesca e feroce descrizione di Saviano di un territorio partenopeo devastato e sconfitto, piegato a leccarsi le ferite sanguinanti, c’è un’altra – e per nulla enfatizzata – Napoli nascosta, che brilla di luce propria sotto i veli. È quella che vive profonda dentro di noi, un patrimonio inesauribile di tutti, ed è anche quella che è stata seppellita da troppi, troppi anni. È l’identità, che dobbiamo riscoprire per ritornare a nascere. Dov’è, infatti, in tutto ciò, la Napoli capitale d’Europa, la Napoli dei primati, la Napoli grecoromana di Virgilio e quella raccontata da Seneca, quella di Vico, di De Sangro e…? È davvero necessario, per scrollarci un po’ di fango da dosso, esporre un colto catalogo ogni volta che si parla della nostra città? Rammentiamo veramente chi siamo e da dove veniamo?
Dignità, ci vuole dignità: bisogna urgentemente alzare la testa. Altro che fuitevenne! Tiriamo fuori le unghie e i denti, rimbocchiamoci le maniche, affiliamo le penne e dimostriamo a tutti che Napoli è, non di meno in letteratura, anche altro. E che altro… Vivaddio è così. Non si vive di solo Gomorra.
Link:
http://www.librerianeapolis.it/pages/Biografie/Maurizio_Ponticello.html  http://www.librerianeapolis.it/pages/Schede/I_Misteri_di_Piedigrotta.html

Advertisements

2 risposte a “Il valore della tradizione: una domanda a Maurizio Ponticello

  1. Concordo perfettamente e sottoscrivo l’appello di Maurizio, ricordandogli però che l’individualismo fetente dei nostri compatrioti e l’endemica patologia dell’INVIDIA – così come ne scrisse anche Carlo Alianello ne “L’eredità della Priora” – sarà come sempre di freno alle nostre sacre rivendicazioni identitarie… NEMO PROPHETA IN PATRIA!!!
    Infatti, a parte Saviano, un altro grande idolo partenopeo è reputato tale, per aver trattato esclusivamente della Malanapoli con le sue superbe opere… mi riferisco ad “Eduardo” e so che incorrerò nelle ire intellettualoidi autoctone, per aver infranto questo tabù!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...