Cultura come ‘incontro’: una domanda a Diego Nuzzo

Il Penguin Cafè è crocevia nel quale transitano centinaia di appuntamenti legati alla cultura nel corso dell’anno. Una somma di esperienze, testimonianze, creatività di ogni genere, sulla falsariga dei Centri Culturali Indipendenti diffusi in Francia ed Inghilterra. Quale pensi debba essere la prospettiva per rendere capillare un fermento del genere?

Poiché il paragone (si parva licet componere magnis…) è con i Centri Culturali Indipendenti di estrazione nordeuropea, punterei soprattutto sull’aggettivo “indipendente”. Di certo la Rete offre possibilità d’interazione fino a qualche anno fa impensabili a costo zero. Basta creare un blog, un sito, una mailing list e si può discettare sulla creatività, testimoniare il proprio percorso personale, confrontare le differenti esperienze. Il tutto, oltre che a costo zero, a “chilometro zero”. Cioè nella propria cameretta. Che spesso, però, può diventare invece il limite del mezzo. Continuo a ritenere che quando la cultura non sia condivisa “de visu”, non diventi “sociale”, abbia una marcia in meno. Non è il ritorno alla “cultura partecipativa” degli anni ’70, ma se lo scambio di opinioni dovesse un giorno avvenire solo sui social network sarebbe alquanto limitante. Facebook serve per lanciare un sasso nello stagno delle discussioni, per tornare anche a discutere di politica come non avveniva da troppo tempo: ma il suo ruolo è soprattutto di coagulare soggetti con interessi simili e permettere loro in tempo reale di essere informati sulle possibilità di incontro. L’esperienza delle prime due edizioni del Napoli Teatro Festival è stata straordinaria oltre che per la qualità e molteplicità dell’offerta culturale anche per il fermento che aveva catalizzato attorno agli eventi stessi. Il dopoteatro oltre ad essere stato un’occasione di “mondanità” e di confronto (il primo termine virgolettato cui si può dare un’accezione non sempre positiva, il secondo sicuramente favorevole) era opportunità di scambio d’impressioni, di diverse opinioni, di crescita tra chi aveva assistito agli spettacoli. Allo stesso modo l’Associazione Scarlatti si sta battendo da anni per trovare, per la città di Napoli, una sede stabile ai concerti di musica da camera che da novant’anni tiene; ospite, di volta in volta, di strutture cittadine. Un auditorium per la musica come tutte le città di respiro europeo (sia Roma sia Torino e Milano ne hanno ben due a testa!) all’interno del quale ci sia una libreria dove acquistare libri in tema, una caffetteria dove sedersi e scambiare pareri, giudizi, interpretazioni: non solo, insomma, un luogo dove ascoltare musica e ritornare subito dopo nelle proprie case. Il “nemico” non è internet che può essere utilissimo se usato con intenti sociali, ma sempre lo stesso: un avversario malevolo, subdolo e ostile. Il televisore. La socialità può fare la differenza tra il vedere un film a casa sul proprio schermo e vederlo al cinema con chi si può anche litigare ma comunque arricchirsi. Allo stesso modo una libreria on line ha l’indubbio vantaggio di mettere a disposizione dei lettori testi di difficile reperibilità ma non potrà mai sostituire il confronto con un libraio appassionato che consiglia un libro o con altri lettori avventori della medesima libreria.
Rendere capillare la diffusione dei centri può voler dire due cose: rendere socialmente fertili realtà che già esistono, appropriarsi di ossature, di telai già esistenti e plasmarli a una nuova effettività. Oppure “fare rete” tra le realtà già disponibili, non guardare ognuno al proprio orticello, veder crescere i propri eventi e goderne dei successi ma creare sinergie tra diversi soggetti. La prima è una rivoluzione “dal basso”che ricorda la cultura partecipativa di estrazione nordeuropea, la seconda un’operazione di “vertice” che avviene consorziando gli operatori esistenti. La prima ipotesi prevede la disponibilità alla condivisione della cultura, la libertà d’iniziativa, una vitalità e una vivacità di piccoli gruppi di cittadini che costituiscano gruppi di lettori, di ascoltatori, che promuovano il bookcrossing (senza che questo resti confinato nel virtuale) che si impadroniscano delle strutture che già esistono per farle proprie: come avviene a Stoccolma, Amsterdam, Copenhagen. Ipotesi questa che prevede un clima intellettuale “protestante” che ponga la comunità al centro della vita sociale. Nel meridione mediterraneo e individualista tale “rivoluzione culturale” non può che partire dalla solidal catena di chi fa questo mestiere con passione. E questa rete di operatori con intenti sintonici non può che essere il punto di partenza.

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